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Internet delle cose

Internet delle cose

Nell’Iperuranio che ci sovrasta e da cui prendiamo ogni cosa i sogni sono tutti realizzati, le potenze già atti compiuti e finiti, le incertezze non esistono, i vuoti sono uguali ai pieni solo col segno meno e i grigi, finalmente, non hanno nessun diritto di reclamare un posto tra i nostri bianchi e neri.
Poi da quaggiù prendiamo un oggetto da lì (sì, in realtà, l’immagine di un oggetto) e lo portiamo a mollo nella realtà. Prendiamo un oggetto dal mondo delle idee e lo facciamo diventare reale. L’oggetto piano piano, da asciutto e asettico che era, si bagna, germoglia, pianta le radici. L’oggetto da immagine piena di potenzialità diventa reale e finito, non più declinabile. Solo una cosa con una sua funzione e un suo preciso utilizzo.
L’idea delle idee funziona e ha funzionato per moltissimi secoli, ma Platone non aveva fatto i conti con la multimedialità, con l’ubiquità, con il rilancio binario che l’elettronica ha saputo regalarci negli ultimi decenni.
Gli uomini di oggi e anche le interazioni in atto tra loro sono molto più vicini al mondo delle idee (prima appannaggio esclusivo delle cose pensate) che a quello reale. Lo stesso processo, via via, sta avvenendo sugli oggetti. Gli oggetti reali, quanto di più concreto e finito fino a qualche anno fa, si stanno svegliando e stanno iniziando a interagire col mondo. Tornando in un certo senso alla loro originaria natura di idee.
L’oggetto, un saggio bisnonno su una piccola fotografia in bianco e nero, è diventato un piccolo nipote pieno di potenzialità e multidimensione.
Il 3D che rendeva tutto più appetibile fino a qualche tempo fa ora ci appare come un floppy disk dimenticato in un cassetto. Un oggetto di modernariato.

Da anni, senza approfondire più di tanto, pensiamo che la quarta dimensione esista e sia il tempo: un oggetto è alto così, lungo così, largo così e questa è la sua storia. Ma non basta, non più. Non basta più a definire un telefono, ad esempio.
Serve un quinto parametro. La quinta dimensione che dia un senso alla discesa dell’oggetto dall’Iperuranio e che in un certo senso ne rilanci la magica potenzialità. Qualcosa che aggiunga uno scintillio, un di più che lo renda quasi umano: l’intelligenza.

L’intelligenza artificiale non è un bambola che parla o un trenino che cammina. L’intelligenza è una bambola che risponde alle nostre domande o un trenino che davanti a un ostacolo è capace di cambiare strada. Un elettrodomestico intelligente non è un forno che si accende da solo, le prese comandate esistono da decenni!, è un elettrodomestico che capisce quando è il caso di accendersi.

E lo capisce in seguito all’analisi dei dati che riceve e che allenano via via il suo comportamento. L’intelligenza, come per gli umani, diventa capacità di saper reagire. Capacità che senza legami e connessioni all’ambiente non può esistere. Perché è l’ambiente stesso che forma e rende intelligenti, attraverso un dialogo aperto e un continuo di report e feedback che aggiustano il tiro esperienza dopo esperienza.

L’informazione formativa vivrà, in questo modo, più nelle connessioni che negli oggetti nodali. Il contributo intelligente dell’oggetto esisterà proprio perché capace di veicolarsi e non restare intrappolato nei confini fisici dell’oggetto. Proprio come la luce l'informazione sarà in grado di illuminare utenze e potenzialità che altrimenti resterebbero fatalmente spente. Così affinché un oggetto diventi intelligente, affinché la sua venuta al mondo abbia un senso vero, affinché acquisisca quello scintillio e sia utile nella direzione più globale possibile, è necessario che sia in rete. Collegato ai suoi simili e non. Che parli la loro stessa lingua. Che capisca quello che gli si chiede e che, più di tutto, sia in grado di reagire.

Già all’inizio degli anni novanta con Castelvecchio rendevamo concreti questi approcci e nel nostro premiato edificio intelligente sperimentavamo le prime versioni del BMS che oggi ci rende tanto orgogliosi. Parallelamente, al MIT, si cercava di dare un nome a questa idea e nel 1999 cominciò a circolare l’acronimo IoT: Internet of things, Internet delle Cose.

Oggi, a livello giornalistico, tutto viene impacchettato ad uso e consumo del trafiletto da compilare sul giornale di settore. Ma, ovviamente, dietro la parola cosa c’è molto di più. E se è vaga, se sembra in qualche modo tutto e niente, è perché in potenza ogni cosa potrebbe diventare una Cosa connessa ed entrare nell’Internet delle Cose ma non tutte le cose hanno le carte in regola per farlo: è importante saper parlare, è importante essere ascoltati e ascoltare ma occorre anche avere qualcosa da dire.

C’è bisogno di un’utilità, di un fine, di una reazione (come scrivevamo prima): quale feedback migliorativo possiamo avere da un sensore connesso alla nostra scrivania, quanto sono disposta a spendere per connetterla al mondo e in cambio di cosa?
Va da sé che Internet delle Cose, quindi, non può (e non deve) diventare internet di TUTTE le cose. Se tutto fosse connesso con tutto, avremmo un overflow di comunicazioni e informazioni inutili. Un sovrappiù di rumore che finirebbe col rendere invisibili anche le informazioni fondamentali al nostro benessere. Quindi distingueremo ancora le cose in: meri oggetti giocabili e senza alcun ruolo attivo e Cose. E’ ovvio, infatti, che non siamo molto interessati a conoscere quello che (sulla carta) avrebbe da dirci la nostra sedia. Ma interrogheremmo più volte al giorno il nostro calendario elettronico o il nostro frigorifero intelligente. E’ chiaro quindi che con Cose si intenda solo le utenze illuminate e non i soprammobili passivi che, seppure connessi, finirebbero col prendere polvere tanto immersi in una connessione quanto su una mensola in soggiorno.

A creare ulteriore confusione c’è il cortocircuito che il giornalismo di settore quasi sempre mette in atto tra l’Internet delle Cose e la realtà aumentata.
La realtà aumentata non esiste, ha una base reale su cui si riversano una serie di informazioni che regalano una visione arricchita del mondo. Il mondo esiste a prescindere, le informazioni aiutano ma la somma dei due livelli non esiste. Semplicemente sovrapponiamo una lente con delle scritte a quello che vediamo, guardiamo il mondo con degli occhiali graduati, ammiriamo un Van Gogh leggendo su una velina quando è stato dipinto e perché. In poche parole la realtà aumentata inserisce l’informazione artificiale nel flusso degli eventi fisici che attraversiamo.

Ma nell'Internet delel cose sono le cose stesse a connettersi alla rete e a creare un nuovo mondo, una realtà in cui dialogano alla pari con altri oggetti e di cui noi siamo attori e spettatori nello stesso tempo. La connessione intelligente alla base dell’Internet delle Cose è un’attività poietica che crea qualcosa di diverso a partire da elementi noti e concreti. Mette al mondo il mondo. Insegna alle cose che già sono a parlare tra loro e con noi.

Le cose parlando imparano e diventano sempre più intelligenti. Esattamente come il processo di apprendimento umano: l’esperienza aumenta la conoscenza e la conoscenza permette sempre maggiori esperienze. Come l’uomo muore quando non impara più niente, così un oggetto che non riuscirà a sfruttare il flusso di informazioni che lo attraverseranno è destinato a tornare ad essere quello che è: un utensile inanimato e privo di qualunque capacità attiva. La connessione, quindi, ma ancora più parlare la stessa lingua delle cose e interpretare bene quello che dicono è la base dell’intelligenza e tutto quello che conta.

Tutto il resto è hardware senza parola, vuoto a perdere coi giorni contati, gadget luminoso per chi ancora confonde l’elettricità con l’elettronica.

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